La Grotta delle Fate, dove le janas vissero e morirono 


La Grotta delle Fate, dove le janas vissero e morirono 

La Grotta delle Fate, dove le janas vissero e morirono

MITI E LEGGENDE
Le abbiamo sempre immaginate chine sui telai, intente a tessere arazzi e tappetti dalla bellezza fatata, ma le leggende raccontano che le janas dovevano avere altri (più golosi) passatempi. A Sadali, per esempio, sembra passassero il tempo a preparare manicaretti e pasticcini, fino a che la golosità non gli costò cara, imprigionandole nella pietra per sempre.
Nella Barbagia di Seulo, in territorio di Sadali, una grotta è immersa in una folta foresta di lecci, a due passi da una cascata (Su Stampu ‘e su Turrunu) alta ben 16 metri. La chiamano la grotta Is janas, perché è qui (si racconta) che le janas vissero e morirono. Superate le grosse stalattiti del vestibolo si arriva, infatti, in un secondo ambiente, S’Omu de is Janas, la Casa delle fate, una sala di bellezza incredibile. Colate, colonne e drappeggi marmorei decorano le pareti, mentre una pioggia di bianchissime stalattiti pende dal soffitto. In questo scenario incantato, tre stalagmiti si sollevano al centro della sala.

Particolare de S’Omu de is janas

 

La leggenda racconta che le tre stalagmiti siano proprio le janas pietrificate, punite per la loro golosità e arroganza. Si dice, infatti, che in periodo di Carnevale queste ghiottissime creature (un po’ fate e un po’ streghe) decisero di mettere la propria arte culinaria al servizio della gola. Che cosa cucinare, allora, se non frittelle in grandi quantità? Se non che (si racconta) le tre janas si fecero prendere un po’ troppo la mano e senza che se ne accorgessero, i giorni passarono tra una frittura e una scorpacciata. Il Carnevale finì e arrivò la Quaresima, senza che nessuna delle creature se ne rendesse conto.

Fu così che un frate passò nei pressi della grotta, mentre si recava a Seulo proprio in occasione della Quaresima. In paese lo aspettavano per tenere una predica, ma a sentire l’odore delle frittelle in quei giorni di penitenza, non resistette, entrò nella grotta e si spinse sino alla sala dove le janas impastavano, friggevano e (ovviamente) mangiavano. Non fu un bel momento per le tre fate. Il frate le rimproverò duramente: non sapevano che non era più il tempo della festa e che bisognava, invece, digiunare e pentirsi?

Rievocazione teatrale

 Le janas non la presero bene e golose com’erano, non pensarono nemmeno per un istante ad affliggersi. Anzi, si avventarono sul frate a suon di colpi e bastonate e senza pensarci due volte, lo impiccarono.

La leggenda racconta che il loro gesto, però, non restò impunito a lungo. Non fecero nemmeno in tempo a rimettersi ai fornelli che si ritrovarono trasformate in pietra. E con loro gli utensili utilizzati in cucina (la macina, il forno e le padelle), le provviste e persino il cadavere del frate, che ancora oggi sta lì, appeso al soffitto, trasformato in una grossa stalattite.
Nessuno sa da quanto tempo le janas stiano nella grotta, imprigionate nel cuore della pietra, ma non rimasero sole. Quasi cinquemila anni fa, la loro casa fu abitata dagli uomini: i reperti archeologici testimoniano, infatti, che qui vissero e (guarda caso) consumarono i loro pasti. Frittelle? No, cervi e leprotti estinti ormai da qualche centinaio d’anni.

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Categorie:Diario

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